Il lavoro come un gioco

Il lavoro può essere divertente come un gioco? Peter Gray, docente di psicologia al Boston College, ha dedicato un paio di saggi all’argomento su Psychology Today. Sin da bambini ci insegnano che lavoro e gioco sono agli antipodi. Sui banchi di scuola inizia la distinzione tra doveri e piaceri, momenti di apprendimento e momenti ricreativi.

Ci viene spiegato che il lavoro è impegnativo, pesante, al contrario del gioco che è divertente. Con il passare degli anni questa distinzione si fa sempre più netta: il lavoro diventa essenziale, il gioco viene via via banalizzato. I più fortunati, spiega Gray, quando crescono riescono a dimostrare che anche nel lavoro può esserci una componente giocosa che lo rende più umano e meno pesante, perché mette in evidenza le nostre qualità migliori e ci fa sentire bene.

Il gioco, negli adulti come nei bambini, sprigiona creatività e porta a raggiungere degli obiettivi senza avvertire la fatica e con una grande motivazione. La mente rilassata, che non si sente costretta dal senso del dovere, sprigiona energia positiva e porta a dare il meglio con naturalezza. È il motivo per cui i bambini ci sorprendono quando disegnano o giocano con le costruzioni, scovando forme ed associazioni in pochi istanti, mentre anche un creativo di professione può a volte impiegare più tempo a trovare una buona idea, lambiccandosi il cervello per ore.

Gray ha messo nero su bianco le principali caratteristiche del gioco per capire se possono applicarsi anche al lavoro. Partiamo dalla componente più importante: il gioco si sceglie. Decidiamo di giocare a ciò che più ci diverte e quando un gioco non ci piace o ci rendiamo conto che non fa per noi lo molliamo. Con il lavoro non sempre è possibile per ovvie ragioni, ma cercare perlomeno di trasformare passioni ed interessi in un’attività remunerativa è un obiettivo ambizioso che potrebbe renderci più felici ed alleggerire il peso e lo stress del lavoro.

Nel gioco scegliamo come giocare e non c’è una supervisione così rigida come spesso avviene a lavoro. Uno dei motivi per cui i bambini non considerano i compiti a casa un gioco, è proprio a causa dell’imposizione che limita la libertà d’azione. Uno studio effettuato dal sociologo Melvin Kohn ha scoperto che i lavori indipendenti o con maggiori margini di autonomia rendono più soddisfatti e produttivi.

I lavori non strettamente controllati da altri non solo risultano più divertenti e vengono svolti meglio, ma cambiano la personalità dei dipendenti. Ad esempio, conducono ad una maggiore apertura mentale, rendono meno autocratici nel ruolo di genitori e portano a vivere la vita con più leggerezza e minori preoccupazioni.

Il gioco non ha uno scopo se non quello del divertimento. Un bambino che costruisce un castello di sabbia gode della costruzione in sè, non tanto del risultato. Ovviamente nella vita professionale il risultato finale conta, ma a volte si è così concentrati sullo scopo del lavoro da trascurare il percorso che pure ha il suo valore, come esperienza di crescita, a prescindere dal successo. Spesso, inoltre, la tensione al lavoro nasce dal fare di ogni compito una questione di vita o di morte. Il che per alcune professioni è vero, ma per molte altre attribuire eccessiva importanza ad un progetto piuttosto che ad un cliente, può mettere sotto pressione e portare paradossalmente ad essere meno produttivi.

Fonte: Benessereblog
Segnala una news

Related Posts / Articoli correlati