Il Nuovo Mondo del Lavoro: Precarietà e Autorinnovamento

L’Italia è un Paese tradizionalista che ha sempre vissuto delle sue origini gloriose, delle sue radici culturali forti e delle sue pregevoli consuetudini. Notoriamente, questo stile di vita conservatore è stato applicato anche al mondo del lavoro, ambito nel quale la stabilità è sempre stata un concetto fondamentale nella carriera di ogni scrupoloso lavoratore Italiano.

Le generazioni che mi hanno preceduta, i miei nonni e i miei stessi genitori, dopo fulminee sperimentazioni giovanili per orientarsi nel mondo del lavoro, hanno poi mantenuto la stessa occupazione fino al pensionamento, liete della solidità fornita dal famigerato, attualmente chimerico, contratto a tempo indeterminato.

Questo è l’esempio che mi è stato impartito: il valore del lavoro come entità suprema da onorare sempre. Come il matrimonio era un legame davvero ossequiato fino a che morte non separi, così come recitato dalla formula di rito, parimenti un impiego lavorativo era per la vita. C’era una specie di accettazione incondizionata nella cultura di un tempo, un accoglimento senza farsi domande, forse di derivazione cattolica (vedasi peccato originale da espiare con la fatica).

A me questa rassegnazione è sempre sembrata una resa, l’idea di condizione definitiva stabilita tanto presto mi suonava più come una condanna che come una rassicurazione. Eppure, a suo tempo, il lavoro così percepito è stato il fondamento della famiglia, ha permesso di dare sostentamento ai figli e assicurar loro un futuro. La mia visione è probabilmente egoistica, individualista, incentrata sulla realizzazione personale piuttosto che sulla costruzione di un nucleo familiare.

In alcuni Stati stranieri sono rimasta affascinata e sbalordita dal miracolo compiuto da professionisti adulti che, almeno apparentemente, all’improvviso decidevano di costruirsi un nuovo percorso professionale, con una libertà e una fiducia un tempo, e in parte ancora, inconcepibili nel nostro Paese. Sorprendentemente, il mercato del lavoro era pronto ad accogliere persone che fra i 30 e i 50 anni cambiavano lavoro e si rimettevano in gioco partendo da zero.

Attualmente, nel nostro Paese l’opportunità di un’occupazione permanente è diventata rara, avvicinandoci, in qualche modo, al panorama dei paesi nordeuropei in cui la transizione lavorativa è sperimentata più abitualmente. Se un tempo mancava il coraggio di abbandonare un impiego stabile per cimentarsi in una nuova, forse rischiosa attività, ora la precarietà rende il cambiamento e l'auto-rinnovamento obbligati. Così, il nuovo lavoratore fa di necessità virtù. Mentre in una prospettiva classica, un iter poco lineare sarebbe considerato accidentato, forse dispersivo, senz’altro non competitivo in quanto poco inquadrato, nel nuovo mondo del lavoro la capacità di reinventarsi si rivela salvifica.

Quando ci si presenta al Centro per l’Impiego, viene richiesto l’ultimo titolo di studi conseguito, qualifiche consolidate e una specializzazione tradizionale, nei cui ambiti il mercato è saturo da tempo. Pur dotati di una preparazione da manuale, costata anni di università, Master e tirocini, si fatica a sentirsi valorizzati.

Per questo motivo, nel nuovo mercato del lavoro la strategia vincente è l’elaborazione di idee imprenditoriali inedite che sappiano differenziare e far emergere la nostra candidatura in mezzo a tutte le altre. Di qui, l’esigenza di profili professionali trasversali, plasmati su percorsi atipici che associno una formazione istituzionale a esperienze lavorative e formative eterogenee. Tanto più riusciamo a coniugare e a dare coerenza a competenze apparentemente poco correlate, meglio riusciremo a proporci. Un esempio eccellente di come la rivoluzione del mondo del lavoro premi l’eclettismo è certamente costituito dalle nuove professioni sul Web.

La costruzione di una nuova professionalità in età adulta è un’impresa articolata e impegnativa, ma il fatto di acquisire coscienza di chi si desidera essere (piuttosto che di cosa si desidera fare) può essere motivo di determinazione e gioia, un potente starter all’azione in grado di motivare e infondere energia. Così, il filo conduttore di un curriculum vitae diventa, di fatto, una persona, piuttosto che un profilo professionale precostituito.

Dicono che crescere significhi rinunciare a tutte le altre alternative possibili per acquisire un’identità precisa. Oggi, l’esperienza insegna, in realtà, l’utilità di saper essere polivalenti, compositi, caleidoscopici. Reinventarsi dopo i 30 anni significa scegliere coscientemente quello che alcuni hanno la fortuna di indovinare un decennio prima.

Marzia VaccaroI Like Italy

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