Lo gnocco fritto

Reggio Emilia è città cadetta. Nei secoli i secondogeniti e le primogenite femmine senza speranza di regno di Parma e Modena finivano in uno dei mille conventi. La sudditanza ogni tanto esplodeva nel contado “finitimo e citeriore”, e i reggiani sbudellavano con grande entusiasmo un qualche podestà durante le cento rivolte del pane di cui si ha labile memoria. Sarà per questo che aReggio si prende l’aperitivo in piedi “come i cavalli” per citare Camillo Langone. Nella landa dalla gastronomia più sopravvalutata d’Italia c’è la tradizione del gnocco fritto, pasta lievitata di acqua e farina e additivi varii che cambiano ogni dieci chilometri. I linguisti si tranquillizzino, sono andato a verificare: c’è una legge provinciale che autorizza i reggiani a dire “il” gnocco, e non pare essere anticostituzionale. Dunque il gnocco fritto con una boccia di Lambrusco e due fette di roba è il tipico fast food reggiano: non fosse che da qualche anno le Tavole del gnocco sono state contaminate dalla vicina Modena con le montanare crescentine, che il volgo chiama tigelle dal nome delle pietre su cui venivano cotte.

Il gnocco fritto non è dietetico, soprattutto in accompagno ai salumi: la frittura ideale è nello strutto, deliziosamente morbido e saporito, ma appena un filo appoggiato sul fegato. I locali del gnocco fritto il sabato e la domenica sono… ehm… strapieni: di coppie, di compagnie, di famiglie. Murati. Anche se in genere l’offerta alligna sulla linea di galleggiamento della sufficienza, soprattutto per la proposta del companatico: prosciutti troppo freschi, salami dal tocco industriale, coppe stagionate in fretta, mortadellazze di vascello. Lambruschi economici della cantina sociale, formaggelle di buon comando.

Uno degli indirizzi più nuovi è il Vecchio Tiglio, a Masone sulla via Emilia. Il gnocco è tra i migliori della piazza, salumi decenti, una scelta insolitamente ampia di Lambruschi tra cui qualche buona etichetta. Le tigelle sono un po’ flaccide, ma in genere meglio della media. Lisandrèt sulla strada per Regnano è uno stanzone smisurato, con il dono dell’abbondanza: fa anche cucina tradizionale, il gnocco è medio, salumi appena suffcienti. Due o tre etichette on demand. Sempre pienissimo il Doppio Litro a San Rigo, un grande edifizio rurale riattato, in cui le tigelle van meglio del gnocco, e i salumi sono alla solita. Un’oncia di diversità all’Artidoro, località La Noce di Borzano: niente stanzone ma ambiente più riservato. Bene il gnocco con salumi appena più curati. Servizio garibaldino, e cantina limitata ad un insufficiente Lambrusco locale.

Sono ben al di sopra della media le scelte de Le Pietre di Canossa, vicino al celebre Castello matildico, con diverse etichette non banali, anche tra i bio. Bene il gnocco, bruciacchiate le tigelle. Unto e greve quello del Cacciatore a Cà Bertacchi, ottimo alla Locanda dell’Amorotto a Onfiano, nei pressi di Carpineti. Salume appena passabile, tigelle medie. Due o tre vini andanti in un buffo ambiente modernista in una casa rurale. Mistica invece l’esperienza della Pieve di San Vitale, raggiungibile con 20 minuti di cammino dal Castello di Carpineti: gnocco fatto con farina integrale macinata a pietra, salumi d’elezione, due o tre vinelli non male e le birre Nustrana del microbirrifizio di Viano.

In genere stupisce il modesto livello della proposta in confronto all’indubbio successo dei locali. Mi chiedo perciò, l’abbondante flusso di avventori giustifica un abbassamento del livello di guardia? Se qualcuno vuole intraprendere la carriera di gnoccofrittista, garantisco i mijardi, ma che dico mijardi, mijoni. Ma cosa ci vuole a trovarsi un salumifizio come si deve e qualche bottiglia regolare?

Fonte: dissapore
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