Se Non Ora, Quando? Manuale di Sopravvivenza per Procrastinatori Incalliti – Parte 1

Ci è successo di nuovo e siamo davvero arrabbiati: ci eravamo ripromessi che entro Settembre avremmo perso quei tre chili presi durante le scorse feste di Natale e, invece, l'ago della bilancia non è sceso di un grammo. Avevamo detto che avremmo ricominciato l'autunno con l'armadio in ordine, sgombro di tutti i jeans anni '90 nei quali è ormai orribilmente chiaro che non rientreremo mai più. Tuttavia, un po' per pigrizia, un po' per il rifiuto di accettare queste antipatiche verità, il guardaroba è ancora stracolmo di indumenti che non indossiamo da almeno un decennio e mezzo. Così, ancora una volta, i buoni propositi sono falliti rovinosamente, facendoci precipitare nella demoralizzazione più desolante.

Tradizionalmente, i fioretti trovavano la loro collocazione prediletta nelle speranzose letterine a Babbo Natale, in cui ogni fanciullo prometteva solennemente che avrebbe fatto il bravo bambino. In età adulta, il momento dei bilanci e delle buone intenzioni si posticipava di una manciata di giorni, con un Capodanno all'insegna di fiduciose promesse interiori.

Attualmente, questa tendenza a rimettersi in discussione si è ricalibrata su un momento diverso: il periodo massimamente percepito come punto di rottura dagli schemi comportamentali precedenti non è più l'inizio del nuovo anno solare, ma quello del nuovo anno lavorativo, dopo l'interruzione estiva. Un po' come quando andavamo a scuola e, terminato Agosto, azzeravamo il cronografo della classe precedente per mirare ad un profitto scolastico più glorioso.
Ed eccoci qui, è arrivato Settembre anche per noi, durante le vacanze ci siamo riempiti la testa di immancabili appuntamenti mentali, ma i nostri ottimistici proponimenti sembrano destinati a fallire per l'ennesima volta.

I buoni propositi indicano un desiderio di mutamento che è una condizione necessaria ma, nostro malgrado, non sufficiente a precludere l'effettiva realizzazione del cambiamento auspicato. Purtroppo, molto più verosimilmente, la bontà degli intenti è insufficiente per sua natura, perché colloca l'azione nel futuro, rimandando a data da destinarsi l'esecuzione del compito.

La tendenza a prorogare le urgenze affligge molte persone ed ha un nome preciso: procrastinazione. Se da una parte rimandare un intervento ad un momento più opportuno può essere una strategia razionale oculata, preferibile alle scelte avventate che sarebbero dettate dall'impulsività, quando l'attesa diventa eccessiva e invalidante per la nostra tranquillità, essa non è più giustificabile come saggia ponderazione. La gestione delle priorità è un pelago in cui spesso rischiamo di affogare, troppo distratti dal canto di mitologiche Sirene ingannatrici, che ci attirano in attività alternative meno ansiogene e più gratificanti nell'immediato.

Come spiega lo psicoterapeuta Bruno Koeltz nel libro Oggi è Meglio di Domani, il sistematico rinvio di incombenze già posticipate si attua in tre aree principali: la sfera accademica, relativa ad attività scolastiche e professionali, quella abitudinaria, legata a compiti della quotidianità, e quella decisionale, correlata a scelte, più o meno importanti, dinanzi alle quali l'esitazione dovuta alla paura di sbagliare ha, invariabilmente, la meglio.

In qualsiasi settore la procrastinazione si manifesti, la dinamica dei suoi eventi a cascata non varia: la situazione diventa stagnante, l'impasse emotivo-cognitiva si autoalimenta, il compito continua ad essere differito e il mostro da affrontare si ingigantisce. Questo comportamento autolesivo ha un andamento ciclico, si sviluppa, cioè, in un circolo vizioso nel quale continuiamo ad aggirare l'ostacolo, ma con danni emotivi e sociali progressivamente peggiori.

Non necessariamente la procrastinazione è legata ad un atteggiamento svogliato e ad una forma di pigrizia. Al contrario, capita spesso che un desiderio esasperato di perfezionismo e una previsione di mancata soddisfazione dello stesso, porti una tale paura del fallimento da costituire un blocco immobilizzante. L'atteggiamento tutto o niente è una distorsione cognitiva che penalizza la meticolosità di persone votate all'eccellenza, che preferiscono non misurarsi affatto con una prova se l'esito rischia di non essere all'altezza delle loro pretese. Questi individui fanno dipendere l'autostima dai loro compiuti o mancati successi, anziché da un concetto di sé che affondi radici endogene più profonde: ciò significa che la loro auto-immagine è labile e può seriamente essere rimessa in discussione al primo imperdonabile errore. Per tale motivo, l'azione è percepita come un azzardo che mette a rischio il senso di auto-efficacia e la procrastinazione non è che un meccanismo di autotutela. I procrastinatori sono tendenzialmente soggetti con un basso apprezzamento del proprio valore personale, poco auto-indulgenti e molto severi nella valutazione delle proprie performance. Purtroppo, però, la persistenza del comportamento procrastinante e l'elusione della prova hanno l'effetto di infondere dubbi ancora più insidiosi sulle proprie capacità e probabilità di riuscita.

La procrastinazione disfunzionale, pur non essendo una patologia, può contribuire alla manifestazione di sintomi legati allo stress, al deterioramento dell'autostima e ad una sensazione di frustrante perdita del controllo sulla propria vita. Non di procrastinatori cronici si tratta, ma di procrastinatori incalliti, proprio perché il prorogare ossessivamente è un vizio, ha, cioè, natura non clinica ma comportamentale e può, pertanto, essere auspicabilmente rieducato e corretto.

Nel prossimo articolo analizzeremo alcune strategie per combattere la tentazione di fuggire di fronte alle prove che più ci spaventano. Vi aspettiamo su I Like Italy.

Marzia VaccaroI Like Italy

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