L’Umano Diritto alla Fragilità

Rivendico l’umano diritto alla fragilità, valore universale e inalienabile che ogni essere umano deve poter salvaguardare senza vergogna. In una società che ci vuole d'acciaio inossidabile, difendo la delicatezza del cristallo.
Viviamo in una comunità che non tollera di vederci vacillare. Ci addestra ai disastri e alle tragedie fin dall’infanzia con intensi anni di assiduo apprendimento esposti a notiziari catastrofisti. Diventiamo soldatini eccellenti arruolati nell'esercito dell'imperturbabilità emotiva.

La legge del più forte è spietata e non ammette debolezze, non perdona. La fanciullezza è forse l'unica condizione fortunata in cui le manifestazioni di vulnerabilità siano ancora ammesse: forse perché il bambino è una realtà emotiva in divenire e avrà il tempo di forgiare la sua corazza. Ma se un adulto pecca di mollezza, allora il trattamento sociale riservatogli è ben diverso: deriso, emarginato, vessato. Siamo tutti sulla difensiva nel regno della fallocrazia. Ne conseguono sentimenti repressi, frustrazione, incapacità di prendere contatto con la propria più intima autenticità. La pressione sociale ci porta sull'orlo del tracollo.

Non reclamo il falso privilegio del vittimismo lagnoso di chi non reagisce, ma il beneficio legittimo di avere delle sacrosante fragilità. Oggi la dimensione dell’immateriale ha poco appeal, siamo consumati dalla logica del tangibile, la ricchezza delle emozioni soffre di una perduta dignità. La sensibilità è un tabù, mentre l'aggressività è un diktat. Incediamo brancolanti a caccia di possesso, ma in realtà siamo affamati di appartenenza. Di abbandono a qualcuno affettuoso e solerte abbastanza da aiutarci a trasformare le ferite in cicatrici che, finalmente, cessino di sanguinare.

Purtroppo, raramente accade. Prendete le relazioni sentimentali, ad esempio. Non è scontato che un partner sia capace di uscire dalla logica dell'essere guerrieri indistruttibili a ogni costo e sappia accogliere le debolezze della sua dolce metà.
Avete presente l’innalzamento del livello del mare registrato qualche anno fa? Ebbene, non era dovuto all'effetto serra, al surriscaldamento globale e via discorrendo, ma a una personale maratona di pianto disperato intrapresa durante una storia d’amore piuttosto infelice. Quell’ex, esemplare in via di espansione di maschio spietato impenitente, certamente poco affettivamente alfabetizzato, appena vedeva spuntarmi una lacrima sul volto, mi allungava un kleenex con il braccino ben teso, mantenendo il resto del corpo a rigida distanza di sicurezza: che immagine esaustiva ed agghiacciante di quanto il pianto sia sofferto come una malattia infettiva da debellare! Peggio, come una vergogna deplorevole. Molti si irritano e inorridiscono di fronte al pianto: ne disprezzano la mollezza.

Da allora, il fidanzato l’ho cambiato (a tal proposito vi consiglio di conservare sempre lo scontrino per sostituire l’articolo acquistato perché, purtroppo, con i saldi capita spesso di prendere delle fregature…), ma da dopo quell’esperienza non ho mai più singhiozzato di disperazione di fronte a nessuno. Capirai, chi ce l’ha più avuto il coraggio di azzardare il rischio di vedersi sventolare l’odioso fazzolettino…

Chiaramente, con un compagno nuovo di zecca ultimo modello, ora ho ben poco di cui lamentarmi, direte voi. Invece no, qui sta il punto. Perché poche volte le lacrime sono l'espressione di genuine pene d'amore. Il più delle volte, si piange per se stessi. Il fidanzato anaffettivo è l'alibi forse più inflazionato per legittimare un dolore atavico e potergli dare sfogo senza incorrere negli altrui - altrimenti immancabili - processi, inquisizioni e condanne.

Ecco come siamo costretti a dissimulare le lacrime poiché il buonsenso collettivo giudica inammissibile che uno abbia bisogno di piangere senza motivo. Sono subito tutti pronti a somministrargli antidepressivi e ad attribuirgli un qualche disturbo psichiatrico perché - e che diamine! - non è mica regolare piangere per niente! Certo, perché Lor Signori hanno in pugno la verità rivelata (probabilmente, mentre eravamo distratti, è apparso loro l’Onnipotente sul monte Sinai e noi non ce ne eravamo accorti) e sanno per certo cosa è normale è cosa è patologico.

Allora, che volete farci, quando mi beccavano in lacrime, bofonchiavo che Attila Lo Sterminatore mi aveva fatto qualche cosa e subito gli animi accorati accorsi al mio capezzale si risollevavano esplodendo in un: “Ah, e lo potevi anche dire che piangi perché hai le corna, ci avevi quasi fatto preoccupare!”. Perché quando c'è una motivazione – poco importa se reale o presunta (per la cronaca, lo Sterminatore, poverino, almeno le corna me le aveva risparmiate!) – già ci si sente rinfrancati: l’ignoto non si sta impossessando della nostra emotività, siamo salvi! Un po’ come se dare un nome a una patologia bastasse a renderla innocua. Però! Con quanta facilità ci lasciamo abbindolare

Così, ci siamo inventati una categoria professionale deputata a farsi custode delle nostre desolazioni, rigorosamente protette da segreto professionale, s'intende, per non rischiare un danno apocalittico alla nostra risaputa reputazione di macchine da guerra. Ma quand'è che è diventato inopportuno e svantaggioso confidare le tristezze ai propri cari? Quand'è che è diventato un servizio a pagamento? Perché essere sinceramente fragili non è più una legittima libertà, ma un lusso in vendita?

Io, il perché piangessi tanto, non l’ho mai saputo davvero: forse non avevo mai superato il trauma della tragica scomparsa prematura del biondo principe di Candy Candy o la fine drammatica di Via col Vento dopo tre ore di pellicola ad aver aspettato che Rossella si togliesse dalla testa quel pappamolle di Ashley e s’innamorasse dell'audace-passionale-carismatico Rhett!

Comunque, congetture a parte su quali siano le cause dell’umana disperazione, resta il fatto inconfutabile che il pianto è salvifico. Elisir miracoloso di catarsi in gocce. Si parla tanto dei benefici dello sport e dell’alimentazione corretta… Ma la potenza di un sano pianto liberatorio non credo abbia paragoni nei momenti di angoscia. L'organismo espelle, insieme alle lacrime, il veleno.

post-scriptum
Comunque, visto che siamo in vena di confessioni, vi confido che di recente è venuto a ricercarmi Lo Sterminatore e, ohibò, aveva il naso gocciolante e la lacrimuccia sotto un occhio! Lì per lì, davanti a cotanta faccia fantozziana da Manga giapponese, ho avuto un sussulto delirante di onnipotenza (sarò mica capace di dire al principe di Candy Candy: “Alzati e Cammina!”?) e avrei voluto allungargli il fazzolettino sganasciandomi dalle risa… ma poi, no, mi sono detta: voglio condividere questo momento catartico e darmi al pianto di gruppo: in fin dei conti piangere fa così bene!

Marzia VaccaroI Like Italy

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