Lezioni di Lingua

È successo a tutti ed è stato imbarazzante: scrivere speranzosi quel messaggio a cui teniamo particolarmente o il cv per il lavoro desiderato e vedere i nostri sogni di gloria infrangersi a causa di un odioso errore di ortografia che vanifica ogni virtuosismo lessicale. Allora farfugliamo che si è trattato di un problema di tastiera o di un lapsus freudiano, per poi appellarci a un principio di disgrafia ancora irrisolto. Ma, si sa, excusatio non petita, accusatio manifesta: cercando, rossi di vergogna, giustificazioni improbabili, peraltro non richieste, peggioriamo solo una situazione già compromessa. Ma non disperiamo: ovviare a queste défaillance è possibile!

I tempi della scuola sono ben lontani e forse, a volte, in aula eravamo stati anche un tantino distratti. O magari è che oggi non leggiamo molto o ci affidiamo incautamente e con troppa fiducia ai correttori automatici dei programmi di videoscrittura, disimparando l'arte di ricontrollare quello che scriviamo. Vero è che, ai giorni nostri, in molti ambiti non si fa gran caso alla correttezza dell'Italiano: il web è pieno di cantonate linguistiche e la velocità della comunicazione dei social network, le abbreviazioni e lo slang giovanile, pur funzionali all'istantaneità delle chiacchiere online, compromettono, talvolta, la qualità dell'Italiano.
Con un pizzico di nostalgia per la corrispondenza epistolare old style e le memorie scritte in bella lingua, invito a difendere l'Italiano come una risorsa culturale da salvaguardare. Il culto della lingua inizia, prima di tutto, dalla cura dell'ortografia che, come detto, è troppe volte sacrificata a causa dei ritmi frenetici, dell'oblio o di semplice negligenza.

Innanzi tutto, è bene ricordare che i traduttori automatici non sono in grado di riconoscere l'inesattezza di una parola, ma solo di confrontare la stringa di lettere digitate, con il database di parole presente in memoria: se le lettere immesse in quella sequenza corrispondono a un altro termine esistente, la cantonata ortografica, drammaticamente, non viene corretta. Per esempio, dobbiamo distinguere la congiunzione e dal verbo è. Particolare cura dev'essere prestata alla lettera h: non confondiamo la congiunzione o, le preposizioni ai e a, così come il sostantivo anno, dalle corrispondenti voci del verbo avere.

Lo stesso vale per i monosillabi che accentati hanno un significato ben diverso rispetto a quando vengono scritti privi di accento. Dunque, attenzione a non fare confusione fra , che significa neppure, e ne; la, articolo determinativo che precede nomi singolari femminili e che è, invece, un avverbio di luogo; si, particella pronominale e , risposta affermativa; se per formulare un'ipotesi e pronome; di, preposizione semplice e sostantivo per indicare il giorno.

Anche gli apostrofi rischiano, talvolta, di essere un tasto dolente: restano nelle penne degli Italiani oppure ne viene inserito qualcuno di troppo. Per non sbagliare, è sufficiente riflettere sul significato di questo simbolo ortografico: esso sostituisce una lettera o, più raramente, un gruppo di lettere. Pertanto, un po' dovrà essere scritto con l'apostrofo e non con l'accento, proprio perché sta per un poco: davanti a parola femminile che inizia per vocale una diventa un', mentre davanti a parola maschile, un non si apostrofa mai. Qual è si scrive sempre senza apostrofo, mentre i verbi al modo imperativo possono essere apostrofati: per esempio, va' significa vai, fa' vuol dire vai, sta', stai, di', dici e così via. Particolare attenzione deve essere dedicata al verbo dare: infatti, con l'accento è la terza persona singolare del presente (egli dà), da' con l'apostrofo è l'imperativo (dai tu!), da senza ulteriori segni ortografici è una preposizione semplice (es. vengo da Roma).

Infine, ricontrolliamo i gruppi cie e gie, perché l'utilizzo della i può essere problematico. Le parole Italiane che prevedono l'inserimento di questa vocale non sono molte: scienza (ma conoscenza!), sufficienza, efficienza, società, specie, cieco (ma attenzione al verbo accecare!), cielo, coefficiente, superficie, igiene e i loro derivati. Per quanto riguarda i plurali delle parole che terminano in cia e gia, sarà sufficiente ricordare la semplice regola ortografica per la quale, se questi gruppi di lettere sono preceduti da una consonante, rifiutano l'inserimento della i (es. provincia diventa province), ma se sono preceduti da vocale, richiedono la i al plurale (es. valigia diventa valigie). Ne segue che il plurale di camicia sarà camicie, mentre il camice sarà l'indumento indossato dal dottore. Nelle parole in cui sulla lettera i cade l'accento, la i rimane sempre anche al plurale (farmacìa diventa farmacie).

Questo è solo un breve ripasso dell'ortografia Italiana per evitare errori e imbarazzi, ma anche per ricordarci che la nostra bella lingua partecipa a un patrimonio culturale inestimabile di cui l'Italia deve andar fiera: onoriamola.

Marzia VaccaroI Like Italy
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