Con gli Occhi di un Bambino

Dentro ognuno di noi c’è ancora il bambino che eravamo. Forse non ne siamo del tutto coscienti o non lo interpelliamo espressamente, ma c’è. Da Blake a Pascoli, tutti i poeti ce lo ricordano da sempre.
Eppure, in questa vita scandita da ritmi frenetici, non c’è tempo per fermarsi a giocare. Proseguiamo senza indugio: del resto, tradire meraviglia ci farebbe apparire poco scaltri, manifestare un’emozione sarebbe imbarazzante in una società in cui è inopportuno e rischioso mostrarsi deboli. Così, celiamo le nostre fragilità persino a noi stessi. Troviamo naïf e un po’ bizzarro chi, disinvolto, si espone spontaneamente agli altri. Tuttavia, nel profondo, proviamo una certa invidia per quella libertà e, intimamente, ci rammarichiamo del freddo rigore imposto dalle convenzioni sociali cui aderiamo. Sentiamo che abbiamo rinunciato alla ricchezza spirituale dei più piccoli, al loro candore.

Emozionati. Il nostro è un atteggiamento di autodifesa: la deliberata volontà di restare in superficie per non avventurarsi negli impervi sentieri dei sentimenti più profondi. Pensiamo che se saremo imperturbabili, rimarremo in sicurezza. Temiamo il dolore: tanto di sperimentarlo quanto di manifestarlo. Perché mostrarlo lo rende reale, gli dà forma, non lo si può più ignorare. Piangiamo e ridiamo nel buio di un cinema perché di fronte alle vicende fittizie di una pellicola è ammesso commuoversi e rallegrarsi. Sarebbe, crediamo, meno dignitoso farlo alla luce del sole per esperienze personali. Siamo incatenati da vincoli potenti, benché invisibili. Soprattutto, ad immobilizzarci è la paura di raccontarci e confrontarci con gli altri. Il rifiuto sociale diventa un pericolo da scongiurare con l’introversione.
Tuttavia, ostentare impassibilità può portare a un arido cinismo, ad un relazionarsi anaffettivo, povero di significato e di contenuti. Impariamo dai bambini: durante l'infanzia non vigono censure sulle emozioni. Le lacrime, come le risa, sono libere di esplodere in modo naturale, senza essere inibite costantemente.

Sorprenditi. Sembra che non ci sia più niente in grado di sorprenderci davvero. Ricordiamo con tenerezza quella canzone che diceva “I Bambini Fanno Oooh”, celebrazione dolcissima dello stupore infantile. Le emozioni potenti delle prime esperienze, la curiosità e l’entusiasmo genuino di quando tutto era nuovo e inesplorato. L’ingenuità era, allora, più un valore che una debolezza. La sua potenza era l’umiltà, la mancanza di pregiudizi e malizie, il desiderio di imparare. Con modestia, i più piccoli accolgono il loro ruolo di allievi e fanno tesoro di ogni indicazione dei loro mentori. Nel mondo degli adulti, spesso dominano la presunzione, l’orgoglio, la competizione e i cliché. Proviamo a guadagnare un nuovo punto di vita sulle cose, troviamo l'audacia di rinunciare, talvolta, alle nostre convinzioni più radicate. Sperimentare un cambiamento di prospettiva può rinnovare e rinnovarci, mostrare risvolti inediti che, irrigidendoci, non avevamo potuto considerare.

Semplifica. I piccoli hanno un talento prodigioso: enunciano verità complesse con parole semplici, non si nascondono dietro la dialettica. Il loro sentire, il loro comunicare, il loro agire, ogni fase del loro esprimersi è forte della saggezza innata di chi affronta la vita semplificandola. L'autorevolezza della sobrietà. Un esempio? L'essenzialità di un gesto disarmante: un bambino che consola un adulto offrendogli il proprio orsacchiotto. Pensiamo, poi, alla spontaneità con cui i ragazzini si prendono per mano, magari per fare un girotondo. Crescendo, lo spazio personale si allarga e le distanze interpersonali si dilatano. I momenti di condivisione si fanno più rari e la socialità cede il posto a un maggiore isolamento. I veri amici diminuiscono e la fiducia, troppe volte disattesa, viene concessa con parsimonia.
Eppure, c'è chi è in grado di custodire le nostre vulnerabilità e averne cura, si tratta solo di riconoscerlo ed essere impavidi abbastanza da credergli. Forse, la realtà è meno compicata di quanto ci ostiniamo a credere.

Sogna. Riscoprire il nostro lato infantile, riconoscerci il beneficio del sogno o, almeno, della speranza, può essere una via per riavvicinarci alla nostra emotività. Il prossimo pomeriggio libero, dedichiamolo a qualcosa di diverso dal solito giro di shopping o partita di calcio in tv. Da quanto tempo non prepariamo un picnic o non facciamo volare un aquilone? Qual è l’ultima notte che abbiamo trascorso a contemplare le lucciole o a fissare il cielo, impazienti di vedere una stella cadere? I bambini ci insegnano ad emozionarci per le piccole cose, a credere ancora nei sogni, a ridimensionare la gravità di quel che accade, a sdrammatizzare, a godere di quella leggerezza che un pizzico di autoironia può conferire alla vita.

Marzia VaccaroI Like Italy

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