Perché Mangiamo Senza Pensarci? L’Alimentazione Inconsapevole

L’appetibilità di un cibo potrebbe essere influenzata anche da fattori che esulano dal piacere sensoriale che esso procura al palato. Esiste, infatti, una serie consistente di indizi ambientali capaci di suggestionare la nostra percezione delle varie pietanze, influenzando, così, le nostre scelte alimentari e il volume di cibo ingerito. Tali condizionamenti , che agirebbero sotto il livello di coscienza, sarebbero stati trascurati dalla Dietologia tradizionale, che ne avrebbe sottostimato l’impatto sulle abitudini quotidiane. Dunque, un’eccessiva nutrizione non sarebbe, la maggior parte delle volte, dovuta ad un effettivo senso di fame, ma a segnali sociali, sensoriali, psicologici e culturali che non interpellerebbero affatto il nostro stomaco per giudicare l’appetito.

È quanto affermato dallo statunitense Brian Wansink, direttore del Cornell Food and Brand Lab della Cornell University, che ha condotto varie ricerche in materia. Il ricercatore imputa il dilagare di sovrappeso e obesità, piaghe indomate della società post-moderna, al Mindless Eating, cioè all’alimentazione inconsapevole. Tanti piccoli elementi concorrerebbero a farci abbuffare, tramite l’inibizione dei nostri meccanismi di controllo sul comportamento a tavola: dalla possibilità di servirsi il cibo direttamente dal vassoio, alle maggiori dimensioni del piatto utilizzato, al mangiare distrattamente mentre ci stiamo concentrando su un’altra attività. Avverrebbe così, secondo il Dottor Wansink, che il più delle volte, non compiamo scelte alimentari deliberate, ma subiamo condizionamenti ambientali di cui sottovalutiamo il potere.

Il segnale che ci avvisa di smettere di mangiare, spesso, non è affatto un meccanismo endogeno ma, piuttosto, un’informazione reperita dall’esterno, per esempio, in base ai tempi scanditi dai commensali. Abbiamo, infatti, la tendenza inconsapevole ad uniformarci ai comportamenti delle persone con cui interagiamo. Altre volte smettiamo di mangiare perché è giunta l’ora di rientrare a lavoro o perché il cibo nel nostro piatto è finito o, ancora, perché è terminato il nostro programma preferito in tv. Questo implica che continueremmo a mangiare ulteriormente se, invece, avessimo più tempo, più cibo o una compagnia più vorace. Il Dottor Wansink ha escogitato un congegno sperimentale per ingannare i meccanismi percettivi dei partecipanti alle sue ricerche: una scodella priva di fondo che può essere riempita di zuppa ad insaputa della persona che sta mangiando. Questo stratagemma fa quasi raddoppiare la quantità di zuppa ingerita dai soggetti, a dimostrazione che non è un fisiologico senso di pienezza a lanciare il segnale di stop al consumo di cibo!

Anche l'illuminazione e il livello di rumore sembrano in grado di influenzare la durata del pasto. Diversi studi dimostrano che le luci soffuse incoraggiano una maggiore permanenza a tavola e la richiesta di un altro drink o dessert non previsti. Inoltre, l’oscurità impedisce una stima realistica della quantità di cibo contenuta nel nostro piatto, causando l’ingestione inconsapevole di porzioni più abbondanti. Una musica soft di sottofondo, a sua volta, tende a favorire un ritmo più lento del pasto, promuovendo l’ingestione di ulteriori portate.

Il Marketing Visivo utilizza varie strategie per stimolare i consumatori all’acquisto, dettando regole precise per attrarne l’attenzione, tramite imballaggi vistosi e una disposizione intelligente sugli scaffali. Vi siete mai chiesti per quale motivo nei supermercati articoli piccoli come chewing-gum e caramelle si trovano vicino alle casse? Perché il cliente in fila trova sempre un ultimo angolo nel carrello per aggiungerli alla spesa! Il dottor Wansink, professore di Marketing, propone di rovesciare queste tecniche per scoraggiare il consumo dei cibi meno sani. Lo studioso americano ha dimostrato, per esempio, come la creazione di casse veloci per acquirenti di piatti ipocalorici, possa addirittura duplicarne le vendite in una mensa scolastica.

L’accessibilità è uno degli elementi maggiormente responsabili delle decisioni alimentari: se un alimento non è immediatamente disponibile, aumenta la probabilità che gliene venga preferito un altro, anche se meno gratificante per la gola. In effetti, è stato dimostrato che la quantità di cibo ingerita è inversamente proporzionale allo sforzo necessario per raggiungerlo o prepararlo. Dunque, come tendiamo a mangiare distrattamente, potremmo anche mantenerci in linea automaticamente, senza lo sforzo affannoso di seguire i diktat dei regimi ipocalorici. Modificando lievemente l’ambiente in cui consumiamo i pasti, possiamo riuscire ad ottenere spontaneamente, senza produrre il minimo sacrificio, porzioni ridotte e preferenze alimentari più salutari. Lo scaffale dei biscotti dovrebbe essere più in alto di quello della frutta; i piatti utilizzati dovrebbero essere non troppo capienti; sarebbe opportuno evitare di servirsi direttamente dalla confezione, poiché non vedere il cibo fa perdere la cognizione della porzione consumata; infine, non dovremmo portare troppo cibo in tavola. Altrettanto efficace potrebbe essere l’attuazione di un banale auto-inganno percettivo: prendere un po’ meno cibo di quanto saremmo predisposti a mangiarne. Al momento non ci renderemo conto della differenza, ma poi la bilancia ci darà ragione: utilizzare questi stratagemmi potrebbe, addirittura, farci risparmiare, senza stress, dalle 100 alle 300 calorie al giorno!

Marzia Vaccaro I Like Italy

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