E Vivemmo Tutti … Invidiati e Contenti

C’è qualcosa che logora più del tempo. Più della fatica. Forse più dei dispiaceri. Chiamasi invidia e una personale inchiesta sulla sua epidemiologia riporta, spietata, cifre da capogiro. Secondo le sfortunate testimonianze degli intervistati, bersaglio d’invidia e soprusi, un gran numero di individui sembra esserne affetto o, per meglio dire, avvelenato.

Sarebbe spontaneo domandare se gli invidiati vantino qualcosa di particolarmente invidiabile che abbia valso loro così frequenti episodi di altrui frustrazione: ma no, niente affatto. Sono persone apparentemente nella media, senza infamia né lode, poche disgrazie ma anche esigui successi, qualche talento ma pure un cospicuo repertorio di difficoltà irrisolte. Allora perché suscitano tanta rabbia? La spiegazione è tanto elementare quanto allarmante: perché l’invidia è, oltre che largamente diffusa, generata da pretesti minimi.

Gli invidiati si aggirano bellamente nel paese delle meraviglie, stringono legami che credono genuini, elargiscono comprensioni e gentilezze, ma più sono disponibili con gli invidiosi, più suscitano il loro astio, più sono sereni e indifferenti alle provocazioni, più li rendono furenti. Ingenui, non comprendono quale meccanismo bizzarro leghi, in un rapporto di proporzionalità inversa, la propria calma all’altrui collera. Poi giunge, salvifica, l’illuminazione: la gente riesce ad invidiarci di fortune che non ci eravamo neanche resi conto di avere. Senza scherzi, nascono invidie per le cose più impensabili.

All’inizio sono sentimenti insospettabili perché agli invidiosi mai sfugge un apprezzamento positivo – figurarsi! - al massimo un commento acido o un’allusione subdola se non, addirittura, esplicite critiche contro quel qualcosa di tuo che vorrebbero, ma non ammetterebbero mai di desiderare. E i qui presenti, campioni di ingenuità, subiscono questi show di snobismo senza capire le ragioni di certe dichiarazioni di superiorità e dell’esigenza di certuni di ostentare quanto contino più di noi, di provare a schiacciarci per sentirsi di valere qualcosa. Ci ritroviamo oggetto di queste sfide accanite e ci chiediamo attoniti: ma quand’è che è iniziata questa rivalità? Com’è che stanno facendo a gara con me mentre io sono lì, beato e tranquillo, che li incoraggio e faccio il tifo per loro? E poi, scusa, ma non eravamo amici?!

Già, proprio così, perché il sondaggio riporta un dato forse ancora più inquietante rispetto alla diffusione del problema invidia: l’identità dei malati d’invidia. Ebbene, nove volte su dieci, il vero invidioso, quello che proprio ci caverebbe gli occhi, è qualcuno di estremamente vicino a noi, una persona che ci conosce e vede le nostre potenzialità forse meglio di noi, che siamo troppo autocritici per riconoscerci dei talenti. Così, ad un tratto ci accorgiamo di aver allevato una serpe in seno: l’amica, per così dire, del cuore, un familiare, un collega di vecchia data o, addirittura, un insospettabile partner. Come spesso accade, il nemico è in casa, quello che non ci aspetteremmo mai e da cui non avremmo creduto di doverci difendere.

Ancora non ci capacitiamo di come quell’amico a cui abbiamo sempre confidato le nostre più intime insicurezze, colui che credevamo un alleato fidato, possa aver covato quel sentimento malevolo, né come il compagno a cui abbiamo dedicato la vita e che, magari, ci ha spesso screditati, sotto sotto non si sia mai veramente sentito alla nostra altezza. Sono verità sconvolgenti. Ci si sente traditi. Ci si sente spiazzati, anche. Eppure, finché eravamo stati in difficoltà, gli invidiosi non si erano manifestati: sentendosi superiori erano più che contenti della nostra compagnia. Si dice che il vero amico si riconosce nel momento del bisogno, ma purtroppo, anche nei momenti bui è necessario diffidare da chi ci sta accanto solo per brillare meglio.

Vero è che se siamo oggetto di tanta invidia da parte di chi ben sa di che pasta siamo fatti, allora le nostre quotazioni non possono che essere in rialzo. Forse dovremo finire per ammettere di valere molto di più di quanto avremmo mai osato credere. E se quelle che crediamo inezie fossero, in realtà, lodevoli virtù di cui andar fieri? Davvero potremmo ritrovarci a dover ringraziare gli invidiosi per averci aperto gli occhi sull’infinità di ragioni che abbiamo per vivere invidiati e contenti!

Si dice tanti nemici, tanto onore: potremmo, dunque, essere addirittura orgogliosi della schiera di inimicizie in cui, nostro malgrado,ci imbattiamo? La valutazione è controversa, ma è piuttosto probabile che chi si prende il disturbo di danneggiarci, ci ritiene quanto meno temibili. Se si mette in competizione con noi, è perché siamo un termine di paragone di cui bramerebbe essere all’altezza. Se blatera cattiverie gratuite è perché non ha niente da imputarci e non sa proprio a cosa appellarsi, se non alla banale maldicenza. Se ci critica dietro le spalle è perché è così vigliacco da non avere il coraggio di affrontarci: sa che non reggerebbe il confronto diretto.

Talvolta, è sufficiente che seguiamo pacatamente la nostra strada per essere detestati. Perché certe persone frustrate non sopportano di vedere star bene gli altri e vorrebbero che tutti fossero tormentati dal loro stesso malessere. Invece di occuparsi della propria infelicità e tentare di migliorare la propria esistenza, cercano di rovinare quella altrui. Oltre che deplorevole, questo è un atteggiamento poco intelligente, perché potrebbero godere di benefici più concreti investendo tempo ed energie nell’auto-miglioramento, magari imparando qualcosa proprio dalle persone oggetto del loro sentimento d’invidia.

La stima e l’ammirazione sono passioni sane che portano un dono prezioso, l’apprendimento per imitazione. L’invidia è, al contrario, solo un veleno, che non aiuta nella crescita personale, ma rende meschini e patetici e, soprattutto, fa perdere di vista l’obiettivo. Le persone invidiose lottano per la distruzione altrui anziché per la propria autorealizzazione, in quanto sono timorose di guardare a loro stesse e preferiscono rivolgere l’attenzione sugli altri, in cerca di capri espiatori per le proprie miserie. Dietro la continua rivalità, la tracotanza e l’aggressività ingiustificata si celano, infatti, un profondo senso di inadeguatezza, una personalità fragile e un’autostima carente.

Per questo, se siete vittime di un oppressore invidioso, abbiatene pena; tuttavia, non negate mai i vostri talenti per tutelare il suo debole spirito. Quello che potete fare è solo indirizzarlo verso un bravo psicoterapeuta. Non è certo violando la vostra identità che quella del vostro oppressore potrà affermarsi: avete un animo misericordioso, ma non avrete mica la vocazione del santo martire, vero?!

Allora il mio consiglio è questo: non fate l’errore di mantenere un basso profilo solo per assecondare gli umori di questi individui. Una volta per tutte, tiratela fuori la vostra stoffa, non abbiate paura di mostrarvi radiosi e talentuosi quali siete. Non si tratta di essere arroganti o saccenti ma di rendere giustizia alla propria persona, concedendole quanto merita, senza temere di indisporre gli umori di qualcuno che ha le sindromi di inferiorità. Risplendete e, con buona pace di tutti, andate avanti a testa alta e se, così procedendo, perderete qualche falso amico, abbagliato dalla vostra luce, ve ne farete una ragione perché saprete che, finalmente, potrete contare su voi stessi.

Marzia VaccaroI Like Italy

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