Museo Pecci, la storia dell’Arte Contemporanea in Italia

Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci si è caratterizzato fin dalla sua nascita come un'istituzione 'complessa'. Definizione abusata per descrivere una struttura culturale dedicata al nostro presente, eppure, fuori da ogni retorica o scontata sintesi di molta letteratura di settore, è il termine che meglio rispecchia il carattere e la storia del Centro Pecci. Sale espositive per mostre temporanee, dove si alternano presentazioni collettive e personali dei maggiori esponenti dell'arte internazionale, una sezione di mediazione culturale fondata da Bruno Munari, una ricca biblioteca specializzata aperta al pubblico - che ne è stata anche la prima 'virtuale' sala operativa (CID/arti visive), un teatro all'aperto e una sezione che promuove spettacoli dal vivo e eventi, hanno costituito la sua prima impostazione operativa, indubbia novità nel panorama italiano all'epoca della sua inaugurazione che ancora oggi rispecchia la multiformità espressiva delle discipline della contemporaneità. In venti anni di attività il Centro Pecci ha saputo esprimere innumerevoli valenze, presentandosi di volta in volta come luogo di mostre e di formazione, spazio per la sperimentazione interdisciplinare e per l'indagine delle tendenze del più recente passato, punto di riferimento per la conoscenza delle arti del nostro tempo all'interno di un territorio saturo di storia e tradizione. Ma in tutto questo e nel molto altro ancora che ha caratterizzato la varietà delle proposte e degli eventi che il Centro ha saputo promuovere, ha mantenuto intatta la propria potenzialità originaria, una formula, allora originale, che in questi due decenni anche altri musei hanno fatta propria.

La sfida portata avanti, a partire dagli anni Ottanta, dalla città di Prato, importante distretto industriale europeo non consiste soltanto nella costruzione, primo caso in Italia, di un edificio con esclusiva vocazione per le arti contemporanee e di dar vita ad un 'centro' culturale vivace che si traducesse in strumento di lettura e di informazione della realtà; non consiste neppure esclusivamente nel programmare, ancora una volta primo caso in Italia, la propria attività sulla stretta attualità, carattere che ancora contraddistingue il Centro Pecci nel panorama nazionale. La vera scommessa con la nascita del museo nel 1988 quando ancora il sistema dell'arte contemporanea non aveva raggiunto un livello di attenzione al prodotto artistico contemporaneo come quello progressivamente affinato in questi anni e quando il panorama museale italiano ed europeo era ben più scarno dell'attuale, è stata di promuovere la produzione dell'arte come momento iniziale della sua valorizzazione, e non poteva non arrivare da una città manifatturiera. La scommessa è stata proprio entrare nel vivo del processo, stare a fianco degli artisti e di quanti - siano essi anche musicisti, performer, architetti e designer - sanno tradurre con un atto creativo la realtà in un proprio linguaggio: continuare a produrre arte oggi vuole dire farsi carico di quella responsabilità che, per quanto riguarda la tradizione culturale della Toscana, arriva da lontano e contribuisce a creare il futuro al di là delle discipline di appartenenza. Il Centro Pecci si è fondato e si fonda su un concetto apparentemente molto semplice, ma che ancora stenta ad essere compreso dai più, che l'arte è ed è sempre stata un prodotto del proprio tempo, e in quanto tale è sempre stata contemporanea. La propensione alla creazione è ormai una atteggiamento consolidato e diffuso, infatti il museo occupa, oltre alla sua funzione più tradizionale di conservazione, una posizione di assoluto privilegio non soltanto nella presentazione e promozione dell'opera d'arte contemporanea ma anche nella sua produzione e definizione critica.

Una città industriale non poteva e non può non entrare in sintonia con tutto ciò che è produzione, con tutto ciò che è innovazione, sperimentazione e ricerca, con tutto ciò che nell'oggi è già domani: l'arte è, ed è sempre stata, tutto ciò. Un guardare lontano, in quegli anni, che vide coinvolti e solidali amministratori e industriali che raccolsero la sfida promossa dal Cavaliere del lavoro Enrico Pecci di donare alla città un edificio per l'arte contemporanea, progettato dall'architetto razionalista Italo Gamberini, in memoria del figlio Luigi precocemente scomparso. A distanza di più di venti anni da quell'incontro sarebbe prematuro trarre un bilancio, per quanto parziale e provvisorio, e comunque non a questo Centro spetta farlo: la sua impresa di produzione, ricerca e divulgazione dei linguaggi del contemporaneo è tuttora in atto e con potenzialità in divenire, la più importante delle quali il progetto di ampliamento dell'architetto Maurice Nio, che sarà realizzato entro pochi anni. È invece possibile tracciare la sua storia, che implica necessariamente un punto di vista soggettivo, ma che trova nei fatti un indiscutibile appoggio e quel grado di autorevolezza e rigore per una analisi realistica. Per un'istituzione che opera nell'arte i fatti, quello che di reale è rimasto a testimoniare la sua storia, altro non possono essere che le opere raccolte nel corso del tempo per incrementare il patrimonio di cultura e identità che è la collezione e quindi il fondamento stesso, oltre che l'identità, del suo essere museo. La collezione del Centro Pecci è come un mosaico che si amplia e si trasforma nel tempo, il risultato dei gusti e delle scelte curatoriali dei diversi direttori che hanno guidato la programmazione artistica selezionando tra le varie tendenze, i singoli artisti e gli imprevisti della storia. La biografia del Centro, ancora lontana dall'essere terminata, coincide così, almeno in parte con le biografie di Amnon Barzel, che ne segnò con carattere la sua genesi nei tardi anni Ottanta, di Ida Panicelli che cercò un dialogo con la società, la città e la sua produzione, con l'interregno di Antonella Soldaini che fece leva sulle forze e produzioni più giovani, con quella di Bruno Corà che ha indagato le radici della contemporaneità e con quella di Daniel Soutif che per primo ha cercato una sintesi tra le contraddizioni e i conflitti dei suoi predecessori. Una linea ripresa anche dalle due ultime direzioni artistiche, affidate in tempi diversi ai curatori di questo volume, che, forse per primi, hanno dovuto tener conto di un prestigioso passato, di un patrimonio ormai consistente senza nello stesso tempo sentirsi troppo vincolati sulle scelte della più stringente attualità. Il Centro Pecci ha dato inizio alla propria collezione ex novo, nessun patrimonio precedente era presente nei magazzini del museo: questo ha permesso ai primi direttori di impostare la raccolta con la massima libertà di scelta e senza compromessi, introducendo di fatto quella corrispondenza tra le esposizioni e le acquisizioni e caratterizzandola così sull'arte dagli anni Ottanta in poi. Soltanto in occasione del primo decennale e dell'inaugurazione dello spazio esterno all'edificio principale - dove a rotazione in questi anni hanno trovato sede i diversi allestimenti - sono arrivate le prime donazioni e apparsi i primi comodati, alcuni dei quali nel tempo si sono trasformati in acquisizioni. Una svolta, rispetto ad un progetto originario, che ha permesso non solo di documentare espressioni precedenti a quello che era stato fino ad allora il periodo di riferimento del centro, ma anche di iniziare a documentare quelle che dagli anni Sessanta in poi sono state le tendenze e gli artisti che questa regione ha saputo esprimere. Il rapporto tra globale e locale, che è patrimonio genetico iniziale di questo Centro, si può esplicitare anche con la presenza di artisti che pur utilizzando un linguaggio di tipo internazionale, secondo i codici ormai diffusi, portano al loro interno problematiche di identità legate alla propria cultura e al proprio territorio. La collezione non ha mai cessato di crescere a ritmo costante e ha raggiunto una complessità che, in questi ultimi anni, ha permesso di allestire mostre tematiche, come The Age of Metamorphosis, panoramica sull'arte europea dopo la caduta del Muro di Berlino, presso il MoCA Shanghai e la più recente Note urbane che indagava la relazione tra l'arte e lo spazio della città. Notevole impulso allo sviluppo della collezione è stato dato, nel 2006, dal lascito del collezionista pratese Carlo Palli che ha donato al museo un cospicuo corpus di opere rappresentative della neoavanguardia che sa presentare al meglio la libertà dei linguaggi elaborati a partire dai primi anni Sessanta. Un corpus, complesso e articolato che questa pubblicazione documenta soltanto in minima parte; l'intero corpus viene presentato e descritto nel consistente catalogo realizzato in occasione della prima mostra museale, in Italia, sulle esperienze verbovisuali: Primo piano. Parole, azioni, suoni, immagini. Parallelamente hanno accresciuto la collezione alcuni depositi da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato (acquisti realizzati con la consulenza del museo) e numerose acquisizione volte soprattutto a incrementare il nucleo di opere dell'arte postsovietica: nel 1990 si presentò a Prato l'esposizione Artisti russi contemporanei e nel 2007 il nuovo capitolo Progressive nostalgia. Arte contemporanea dall'ex URSS.

L'ultima pubblicazione, quinto catalogo, in ordine di tempo, della collezione pubblicato dal Centro, vuole presentare la varietà dei temi e delle idee che in questi venti anni sono state 'prodotte' a Prato: omaggio alla sua ricchezza, piuttosto che opera omnia, dal momento che sarebbe impossibile documentare esaustivamente la collezione in un solo volume. Primo lavoro di sintesi realizzato sulla collezione - e contemporaneamente di sistematizzazione del suo corpus - nasce da una revisione della storia dell'istituzione (in questi ultimi anni è stato anche costituito presso il CID/arti visive l'archivio storico) e da un dibattito interno sui criteri da adottare che può essere letto come un ulteriore elemento di vivacità di questo museo, sulla valutazione delle scelte e degli indirizzi culturali che guideranno il Centro Pecci in un prossimo futuro ed infine del suo prossimo ordinamento nelle attuali sale espositive - appena terminato il nuovo padiglione. Questo lavoro di riflessione su quello che è stato il modo di intendere l'arte contemporanea in questi venti anni di attività non può essere che un capitolo introduttivo della vita di questo museo che continuerà, non arretrando rispetto ai propositi iniziali, ad affiancare gli artisti del nostro presente nella divulgazione e promozione della loro opera, con la consapevolezza che la risposta alla domanda "chi sono?", come sanno i narratori, sta nella regola classica di raccontare una storia: quella della produzione dell'arte a Prato e in Toscana.

Fonte: Pecci
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