La meditazione è analgestica

È un analgesico senza effetti collaterali. C'è bisogno di un po' di impegno (poco davvero, parrebbe) per imparare a farla bene ma promette di ridurre il dolore. Stiamo parlando della meditazione: sarebbe in grado di diminuire dal 40 al 60 per cento l'intensità e il disagio del dolore percepito, stando a una ricerca americana pubblicata dal Journal of Neuroscience.

ESPERIMENTO – Già altri, in passato, avevano suggerito che la pratica della meditazione potesse aiutare a ridurre la percezione del dolore. Prima di Fadel Zeidan e dei suoi colleghi del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem, in North Carolina, nessuno aveva però spiegato in dettaglio perché ciò potesse succedere. Zeidan ha coinvolto 15 volontari che non avevano mai praticato la meditazione in vita loro e li ha fatti partecipare a 4 sessioni di 20 minuti l'una in cui imparare alcuni metodi di base per meditare; nello specifico, si tratta della tecnica chiamata "attenzione focalizzata", in cui ci si deve concentrare sul respiro allontanando qualsiasi altro pensiero o emozione. Prima e dopo aver imparato la meditazione, l'attività cerebrale dei partecipanti è stata misurata attraverso una risonanza magnetica speciale, la ASL (arterial spin labeling: rispetto alla risonanza standard, consente di seguire nel tempo processi cerebrali di durata maggiore). L'esperimento, come sempre quando c'è di mezzo il dolore, ha una vena di sadismo: sotto una gamba dei volontari veniva applicata una temperatura di circa 50°C per 5 minuti; in alcuni casi il soggetto era impegnato nella meditazione, in altri no. Oltre a registrare ogni volta l'attività cerebrale con la risonanza magnetica speciale, i ricercatori hanno anche chiesto ai partecipanti di indicare quanto dolore sentissero. ANALGESICO – «L'effetto è stato evidente: la meditazione, imparata in un corso di poco più di un'ora, è riuscita a ridurre del 40 per cento l'intensità del dolore e del 57 per cento il disagio connesso allo stimolo doloroso – spiega Zeidan –.

Un risultato perfino maggiore rispetto a certi farmaci analgesici, oppioidi e non, con i quali in esperimenti analoghi viene riferito un calo del dolore intorno al 25 per cento». Un'affermazione da prendere con le pinze, soprattutto perché i farmaci non vengono usati per curare un dolore intenso ma passeggero come quello testato sui partecipanti allo studio statunitense, bensì per trattare fastidi più o meno acuti, ma comunque persistenti.

Certo è che la meditazione riduce l'attivazione di aree cerebrali connesse alla percezione del dolore, stando ai dati raccolti con la risonanza: la corteccia somatosensoriale primaria, che serve a "sentire" dov'è il dolore e quanto intenso sia, risultava praticamente "spenta" se la risonanza veniva fatta mentre c'era lo stimolo doloroso e il soggetto stava meditando, era invece molto attiva se non meditava. «Al contrario, la meditazione "accendeva" la corteccia cingulata anteriore, la corteccia orbito-frontale e l'insula anteriore – aggiunge Zeidan –. In queste aree il cervello forma la sua esperienza del dolore, rielaborando i segnali dolorosi che arrivano dai nervi periferici. Più queste zone si attivano grazie alla meditazione, più la sensazione spiacevole correlata al dolore si riduce. Uno dei motivi per l'efficacia consistente della meditazione potrebbe essere proprio il fatto che questa pratica agisce su più fronti a livello cerebrale, riducendo perciò il dolore a diversi stadi della sua rielaborazione». I dati dovranno essere confermati, ma i ricercatori pensano che la meditazione possa avere un grande potenziale per l'uso in clinica: «Ne siamo convinti soprattutto perché è sufficiente un "allenamento" alla meditazione molto breve per ottenere un effetto considerevole. Per questo le tecniche di meditazione potrebbero rivelarsi un valido "analgesico", un metodo per ridurre significativamente il dolore senza ricorrere ai farmaci», conclude il ricercatore.

Fonte: Corriere
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