Crisi come opportunità: il segreto della felicità interiore

Si sente sempre parlare di ricerca della felicità, forse ricalcando le parole della Dichiarazione di Indipendenza statunitense, secondo cui il perseguimento della gioia è un diritto umano inalienabile. Questa dicitura rischia, però, di essere fuorviante. Ne deduciamo, infatti, che la felicità dipende da quanto riusciamo a trovare. Siamo convinti che non potremo sentirci veramente gratificati finché non avremo raggiunto determinati obiettivi. Così, nutriamo una pungente insoddisfazione per la nostra condizione attuale e ci affanniamo alla volta di traguardi autoimposti.
A tali obiettivi abbiamo arbitrariamente attribuito poteri taumaturgici sul nostro benessere psicologico. Tuttavia, quando riusciamo a realizzarli, ci sentiamo frustrati comunque. Ne deriva una sensazione avvilente che confonde le idee: siamo, dunque, noi ad essere incontentabili o è la vita che ci è inclemente? Oscilliamo, allora, fra i sensi di colpa e il vittimismo, finendo per sentirci ancora più sconfortati.

In realtà, il più delle volte, non siamo noi ad essere troppo esigenti né è la vita ad accanirsi contro le nostre sorti. Il nostro è un problema di prospettiva da cui consideriamo la questione felicità. Stiamo dando la caccia a un’emozione che non può essere trovata fuori. Questa è la causa del nostro sentirci costantemente inappagati. Non solo: questa ricerca esasperata è alla base della maggior parte delle dipendenze e dei rapporti affettivi malati. Crediamo che l’amore di qualcuno possa essere in grado di liberarci dai nostri mali o che vincere la lotteria ci darebbe finalmente la preziosa felicità. Qualcuno si affida a sostanze psicoattive, al cibo o altre compulsioni per sperimentare il piacere. Purtroppo, dobbiamo amaramente riconoscere che ogni fonte di piacere reperita nell’ambiente esterno può dare solo un sollievo che, benché sia talvolta tanto intenso da rendere euforici, è assolutamente transiente. Effimero. Evapora senza lasciare alcun beneficio durevole dietro di sé.

La felicità è uno stato intimo, necessariamente solipsistico prima che condiviso. Questo implica la scomoda deduzione che dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre miserie senza imputare il nostro dilagante sconforto a eventi sfortunati o a oppressori meschini. Accusare gli altri non aiuta a risolvere i problemi. È importante imparare ad accettare tanto i fallimenti quanto i successi. Evitare l’autocommiserazione. Felicità è anche accettare i nostri limiti, l’amara verità che, talvolta, non siamo capaci di cambiare subito certe cose. Non affanniamoci e non flagelliamoci: poniamoci obiettivi più realistici e iniziamo ad agire sulle cose che possiamo modificare.

Concepire la felicità come una risorsa già presente nel nostro repertorio ha anche un risvolto positivo. Se riconosciamo la gioia come una disposizione mentale che dipende solo da noi, sperimenteremo una vertigine di controllo sulla nostra emotività, capace di darci energie insperate. Non dobbiamo cercare proprio niente e, soprattutto, non c’è alcune necessità di attendere, la serenità è già lì, dentro di noi.

Molte persone sprecano le proprie energie ad arrabbiarsi per dettagli banali della vita quotidiana e a rammaricarsi di ciò che non possiedono. In questo modo, l'ansia è aggravata dall'invidia in un circolo vizioso di insoddisfazione.
La vera felicità deriva, invece, dal padroneggiare l'arte di trarre piacere da ciò che abbiamo. Sorridiamo. Questo basterà a cambiare il nostro atteggiamento verso gli eventi. Anziché lamentarci di ciò che ci manca, apprezziamo il valore delle cose belle già nella nostra vita. La gioia è una scelta consapevole. La reazione emotiva ad un accadimento è determinata da come si decide di percepire una situazione, dal punto di vista da cui ci si pone. ll pensiero positivo è, infatti, uno dei migliori indicatori della soddisfazione delle persone. Abituiamoci ad allontanare le meditazioni negative e a sostituirle con l'ottimismo.

Iniziamo a considerare i momenti di crisi come opportunità: spesso sono proprio le difficoltà a scuotere situazioni stagnanti e a creare occasioni di crescita e progresso. I problemi sono ottimi insegnanti, anche se sul momento ci irritano e ci spaventano. Talvolta, sperimentare il disagio di cambiare abitudini consolidate può rivelarsi utile per considerare le questioni da una nuova prospettiva.

Non smettiamo di provare emozioni, appassioniamoci ad attività che ci gratificano, scegliamo passatempi che sappiano motivarci e appagarci. Ma impariamo anche l’arte di stare bene stando perfettamente immobili e perfettamente soli, forti di una pace interiore senza la quale non è possibile apprezzare la vita.

Marzia Vaccaro - I Like Italy

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